Esistono frasi che sopravvivono ai secoli perché custodiscono una verità talmente semplice da risultare immortale, e quella attribuita a Terenzio appartiene senza dubbio a questa categoria, poiché riesce a condensare in appena cinque parole un’osservazione sulla natura umana che continua a essere sorprendentemente attuale nonostante siano trascorsi oltre duemila anni da quando qualcuno ebbe il buon senso di metterla nero su bianco. Tradotta letteralmente significa che senza Bacco e senza Cerere, ovvero senza vino e senza cibo, Venere si raffredda, e già soltanto questa immagine dovrebbe strappare un sorriso a chiunque abbia passato abbastanza tempo tra gli esseri umani da capire che il desiderio, per quanto ami travestirsi da sentimento elevato e misterioso, conserva sempre un rapporto estremamente stretto con tutto ciò che rende la vita piacevole.
L’essere umano, infatti, trascorre una quantità impressionante di energie nel tentativo di convincersi che l’amore appartenga a una dimensione superiore, quasi fosse una sorta di fenomeno mistico capace di fluttuare liberamente al di sopra del corpo, degli istinti e delle necessità più elementari, salvo poi organizzare i propri appuntamenti romantici attorno a una cena, un aperitivo, una bottiglia di vino o qualsiasi altra forma di piacere condiviso che renda l’atmosfera più favorevole all’apparizione di quella stessa magia che si ostina a definire spirituale.
Gli antichi romani possedevano molte qualità discutibili e alcune abitudini che oggi farebbero inorridire qualunque consulente matrimoniale, ma avevano il pregio di osservare il mondo senza quell’eccesso di sentimentalismo che caratterizza gran parte della cultura moderna, e proprio per questo riuscivano a cogliere con straordinaria lucidità il legame profondo che unisce il desiderio ai piaceri della vita. Mentre noi amiamo raccontarci storie nelle quali l’amore nasce da un intreccio di anime, da una misteriosa connessione cosmica o da qualche altra formula sufficientemente vaga da sembrare poetica, loro si limitavano a notare che le persone tendono a essere più affettuose, più disponibili e decisamente più inclini alla passione quando stanno bene.
In fondo la presenza di Bacco e Cerere nella frase non è affatto casuale, perché il vino e il grano rappresentavano molto più di due semplici alimenti; essi incarnavano il concetto stesso di abbondanza, di festa, di convivialità e di piacere condiviso, ovvero tutte quelle condizioni nelle quali l’essere umano smette di preoccuparsi di ciò che gli manca e comincia finalmente a godere di ciò che ha davanti. Venere, da parte sua, non è soltanto la dea dell’amore ma è il simbolo del desiderio, della bellezza e dell’attrazione, elementi che raramente prosperano in ambienti grigi, austeri o privi di gioia.
La storia dell’umanità, osservata con un minimo di onestà intellettuale, sembra confermare questa intuizione in maniera quasi imbarazzante, poiché gran parte delle più grandi storie d’amore sono state accompagnate da banchetti, brindisi, feste, celebrazioni e rituali collettivi nei quali il cibo e il vino svolgevano un ruolo centrale. Persino le cerimonie nuziali, che dovrebbero rappresentare il trionfo del sentimento puro, terminano invariabilmente con una lunga sequenza di portate che occupa molto più tempo delle promesse scambiate dagli sposi, quasi a ricordare che persino l’amore eterno gradisce essere servito insieme a qualcosa di buono da mangiare.
La genialità della frase latina risiede proprio nella sua capacità di demolire con eleganza una delle illusioni preferite dell’essere umano, ovvero quella secondo cui il corpo e l’anima sarebbero due realtà separate che procedono su binari indipendenti. Da secoli filosofi, poeti e cantautori si impegnano a descrivere l’amore come un fenomeno quasi soprannaturale, ma basta osservare il comportamento reale delle persone per accorgersi che la faccenda è molto meno eterea di quanto si voglia ammettere. Difficilmente qualcuno organizza un primo appuntamento in una sala d’attesa, in un parcheggio o accanto a un distributore automatico di snack malfunzionante, mentre è molto più probabile che scelga un luogo nel quale il piacere della compagnia possa intrecciarsi a quello dei sensi.
Naturalmente sarebbe un errore interpretare il motto come una semplice esaltazione della gola, perché nessun romano minimamente intelligente avrebbe sostenuto che bastino una pagnotta e una coppa di vino per trasformare chiunque in un irresistibile oggetto del desiderio. Il punto è molto più raffinato e riguarda il clima emotivo che si crea attorno alla condivisione del piacere, poiché mangiare e bere insieme sono gesti che da sempre favoriscono la vicinanza, abbassano le difese, allentano le tensioni e ricordano agli individui che la vita non è fatta soltanto di doveri ma anche di occasioni da assaporare.
Forse è proprio questo l’aspetto che rende la frase così moderna, perché in un’epoca ossessionata dalla produttività, dall’efficienza e dalla necessità di trasformare qualsiasi esperienza in una prestazione, Terenzio sembra ricordare che il desiderio non nasce sotto pressione e che la passione non ama essere convocata tramite agenda. Venere, dopotutto, è una dea capricciosa che preferisce manifestarsi quando le persone stanno ridendo attorno a una tavola, quando il tempo sembra rallentare e quando l’attenzione smette di essere concentrata sugli obblighi per rivolgersi ai piaceri.
A ben vedere, l’intera cultura occidentale continua a ruotare attorno a questa intuizione senza nemmeno rendersene conto. I ristoranti più romantici non vendono soltanto piatti, gli aperitivi non servono soltanto bevande e le cene a lume di candela non hanno mai avuto come obiettivo principale quello di sfamare qualcuno; tutti questi rituali rappresentano piuttosto il tentativo, più o meno consapevole, di creare quello spazio privilegiato nel quale Bacco e Cerere possano fare il loro lavoro prima che Venere decida di fare il proprio.
Forse è per questo che la frase continua a essere citata dopo oltre venti secoli, perché dietro la sua apparente leggerezza nasconde una lezione che gli esseri umani imparano continuamente e dimenticano con la stessa rapidità. L’amore può essere sublime, il desiderio può apparire misterioso e la passione può sembrare inspiegabile, ma nessuna di queste cose nasce nel vuoto, poiché tutte prosperano più facilmente laddove esistono piacere, bellezza, condivisione e quella meravigliosa sensazione di benessere che permette alle persone di abbassare la guardia.
Terenzio probabilmente non immaginava che la sua battuta avrebbe attraversato i millenni, ma è difficile biasimarlo, perché quando si osserva una verità tanto universale diventa quasi naturale pensare che tutti la conoscano già. Eppure l’umanità continua a stupirsi ogni volta che scopre quanto il cuore sia meno indipendente di quanto ami raccontare e quanto persino la più idealizzata delle passioni mantenga un rapporto sorprendentemente stretto con i piaceri più semplici della vita.
Dopotutto, mentre poeti e filosofi continuano da secoli a discutere della natura dell’amore, Bacco, Cerere e Venere sembrano osservare la scena da lontano con l’aria divertita di chi conosce già la risposta e sa perfettamente che, per quanto gli esseri umani adorino complicare ogni cosa, alcune verità restano immutate: una buona compagnia, una tavola condivisa e il piacere di stare bene insieme hanno sempre posseduto un talento particolare nel tenere al caldo anche la più capricciosa delle dee.


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