Ci sono esperienze che si raccontano perché è successo qualcosa di particolare, qualcosa che merita di essere ricordato, e poi ce ne sono altre che si raccontano proprio perché, per qualche minuto, è successo qualcosa di molto più raro: il mondo ha smesso di fare rumore e, considerando la quantità di notifiche, messaggi, impegni, pensieri, persone da rincorrere e cose da sistemare che normalmente ci abitano dentro la testa, riuscire a dimenticarsi per un momento di tutto quello che esiste fuori da una stanza comincia ad avere quasi le caratteristiche di un evento paranormale.

Non vuole essere una recensione, e soprattutto non vuole esserlo nel senso classico del termine, perché raccontare nei dettagli ciò che si vede significherebbe togliere a chi arriverà dopo la possibilità di scoprirlo con i propri occhi, mentre certe esperienze funzionano proprio perché non sai esattamente cosa aspettarti e perché, per una volta, nessuno ti ha già spiegato cosa dovresti provare davanti a quello che hai di fronte.

Niente spoiler, quindi, perché sarebbe quasi un peccato trasformare un’esperienza fatta di sensazioni in un semplice elenco di opere, tecniche, materiali e significati, come se l’arte fosse una lavatrice da acquistare online e bastasse leggere la scheda tecnica per decidere se vale la pena.

Quello che vale la pena raccontare, invece, è quello che rimane addosso.

Perché alcune mostre si guardano, altre si visitano e altre ancora si fotografano compulsivamente con la convinzione che, se non c’è una storia su Instagram a dimostrarlo, forse non è successo davvero, salvo poi scoprire che mentre si cercava l’inquadratura perfetta, quella luce perfetta e possibilmente anche il selfie perfetto davanti all’opera più fotogenica, ci si è dimenticati completamente di guardare ciò che si aveva davanti.

E poi esistono esperienze che chiedono qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da concedersi: chiedono di fermarsi.

Le opere di DocTizioArt hanno già una loro forza prima ancora che cominci lo storytelling, perché mettono insieme elementi che sembrano appartenere a epoche e mondi completamente diversi e che, invece di farsi la guerra, convivono nello stesso spazio con una naturalezza quasi spiazzante.

Da una parte ci sono pagine di libri, elementi naturali e volti di donne che sembrano emergere dalla materia stessa, come se quelle pagine non fossero state scelte semplicemente perché esteticamente belle, ma perché portassero con sé qualcosa che l’artista ha saputo riconoscere e trasformare in immagine.

La carta, in questo caso, non sembra soltanto uno sfondo, perché una pagina porta già dentro di sé una storia, qualcuno l’ha scritta, qualcuno l’ha letta, qualcuno l’ha tenuta tra le mani e, prima ancora che arrivasse sotto gli occhi di chi osserva l’opera, quella materia aveva già attraversato una parte di mondo; sopra quelle pagine arrivano poi i volti femminili, con tutta la loro componente emotiva, romantica, quasi malinconica, creando la sensazione di qualcosa che appartiene a un tempo diverso e che, proprio per questo, sembra avere ancora più cose da raccontare.

Poi, però, arriva l’altra faccia.

Ed è probabilmente qui che la faccenda diventa ancora più interessante, perché accanto a questa dimensione antica, emozionale e quasi intima compare un mondo completamente diverso, fatto di dollari originali, cultura pop e personaggi che appartengono a quell’immaginario contemporaneo che ormai riconosciamo quasi prima ancora di renderci conto di averlo imparato.

Pokémon, Lupin, Disney e tutto ciò che appartiene a quella parte del nostro immaginario che la società moderna ci ha consegnato, insieme a un pezzo di nostalgia, un pezzo di mercato e un’infinità di immagini che abbiamo visto talmente tante volte da considerarle ormai parte del nostro linguaggio.

Ed è difficile non avere, davanti a questa combinazione, la sensazione di trovarsi davanti a due artisti diversi, perché da una parte sembra esserci qualcuno capace di fermarsi davanti al silenzio di una pagina ingiallita e ascoltare quello che ha da dire, mentre dall’altra sembra esserci qualcuno che osserva il mondo contemporaneo con un sopracciglio leggermente alzato, prende i suoi simboli, il suo denaro, i suoi personaggi e la sua cultura pop e decide di trasformare anche quelli in qualcosa che abbia un significato diverso.

Il punto è che queste due parti non si escludono affatto, e forse è proprio questa la cosa più interessante, perché quella che a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione è in realtà una rappresentazione piuttosto onesta di quello che siamo diventati.

Siamo nostalgici e contemporanei, romantici e commerciali, capaci di emozionarci davanti a qualcosa che parla di memoria e, cinque minuti dopo, perfettamente in grado di perdere una quantità imbarazzante di tempo guardando un video di un gatto che cade dal divano, perché evidentemente l’evoluzione umana aveva previsto anche questo.

Abbiamo dentro il passato, ma viviamo costantemente proiettati verso il prossimo aggiornamento, la prossima notifica, il prossimo acquisto, il prossimo contenuto da consumare, e probabilmente è proprio per questo che una combinazione così apparentemente distante riesce a parlare in modo tanto diretto della società nella quale viviamo.

Il vero cambiamento, però, arriva quando alle opere si aggiunge una voce.

Perché lo storytelling non si limita a spiegare ciò che si sta guardando, e questa è una differenza tutt’altro che marginale: spiegare un’opera significa fornire informazioni su quello che abbiamo davanti, mentre raccontarla significa accompagnare chi la osserva dentro qualcosa che va oltre l’immagine, lasciando che sia la storia a creare un collegamento tra quello che vediamo e quello che sentiamo.

A quel punto bisogna alzare il volume, e sembra quasi una richiesta banale, finché non ci si accorge di quello che succede quando la voce comincia a riempire lo spazio e il resto, lentamente, perde importanza.

Non interessa più cosa sta succedendo fuori, non interessa il telefono, non interessa chi passa accanto, non interessa nemmeno quella fastidiosissima vocina interiore che normalmente trascorre la giornata a fare l’elenco delle cose da fare, delle persone a cui rispondere, delle bollette da ricordare, degli appuntamenti da organizzare e di tutto quello che, secondo lei, dovrebbe essere già stato fatto almeno ieri.

Per qualche istante quella voce si zittisce e ne arriva un’altra, una voce che non chiede niente, non pretende niente e non ricorda niente, ma semplicemente racconta, e mentre racconta il volto che fino a un attimo prima era soltanto qualcosa da osservare comincia ad assumere una profondità diversa, perché dietro quell’immagine compare una storia, dietro la storia compare una sensazione e dentro quella sensazione, quasi senza accorgersene, si finisce per riconoscere qualcosa di proprio.

È difficile dire esattamente in quale momento accada, perché non esiste un interruttore che si accende, ma arriva un istante nel quale la percezione di quello che succede intorno comincia ad allontanarsi e sembra quasi di essere entrati nella mente della donna rappresentata, come se per qualche minuto fosse possibile guardare il mondo dal suo punto di vista e sentire qualcosa che, fino a poco prima, apparteneva soltanto a lei.

E forse è proprio questo il motivo per cui non serve chiamarla magia, anche se sarebbe la parola più facile da usare, perché quello che succede assomiglia molto di più a una forma di immersione, a quel raro momento nel quale il cervello, invece di correre continuamente avanti e indietro tra passato e futuro, rimane esattamente dove si trova.

Nel presente.

Davanti a qualcosa.

Dentro una storia.

Dentro una sensazione.

Ed è una sensazione che oggi vale molto più di quanto dovrebbe, perché riuscire a fermare per qualche minuto una mente abituata a vivere in modalità multitasking è diventato quasi un lusso, e il fatto che proprio in mezzo alle opere compaiano anche dei dollari rende la cosa, bisogna ammetterlo, piuttosto ironica.

Perché forse il vero lusso contemporaneo non è possedere qualcosa, ma riuscire ancora a sentire qualcosa senza che immediatamente qualcuno ci chieda di comprarla, fotografarla, condividerla, commentarla o trasformarla nell’ennesimo contenuto da dare in pasto all’algoritmo.

Avere qualche minuto nel quale non si deve essere produttivi, interessanti, belli, aggiornati, disponibili o reperibili, ma semplicemente presenti, è diventata una possibilità molto più rara di quanto dovrebbe essere, e forse una delle cose più sorprendenti che l’arte riesce ancora a fare è proprio questa: non spiegare il mondo, ma farcelo dimenticare per un momento.

Ed è anche per questo che non serve raccontare tutto.

Non serve dire quale opera colpirà di più, quale volto rimarrà negli occhi, quale storia riuscirà a insinuarsi più in profondità o quale combinazione di materiali farà fermare lo sguardo qualche secondo più del previsto, perché certe esperienze, quando vengono spiegate troppo, perdono inevitabilmente una parte di quello che le rende speciali.

Vanno vissute.

E l’unica cosa che si può fare è lasciare una porta socchiusa, senza dire cosa c’è dall’altra parte, invitando semplicemente chi legge ad attraversarla, alzare il volume e permettere per qualche minuto che sia qualcun altro a raccontare.

Forse non succederà nulla di particolare, oppure succederà esattamente quello che dovrebbe succedere quando un’opera riesce davvero a entrare in contatto con chi la guarda: ci si dimenticherà di essere fuori e ci si ritroverà dentro, dentro una donna, dentro una storia, dentro un pensiero o dentro quella parte di sé che normalmente non si riesce ad ascoltare perché la vita quotidiana ha sempre qualcosa di più urgente da pretendere.

E quando tutto finirà, il mondo sarà ancora esattamente dove lo si era lasciato, con le notifiche ancora da leggere, le cose da fare ancora da fare, i problemi che non avranno improvvisamente deciso di risolversi da soli e quella meravigliosa capacità della vita di ripresentarsi con tutta la sua grazia discutibile.

Solo che qualcosa sarà cambiato.

Non necessariamente qualcosa di enorme, di definitivo o di trasformativo, perché non serve ogni volta uscire da un’esperienza con una nuova filosofia di vita e la convinzione di aver finalmente capito l’universo, ma semplicemente una sensazione, un’immagine, una voce o un pensiero che rimane lì, da qualche parte, e che continua a tornare anche quando si è già tornati alla normalità.

Ed è forse questa la differenza tra aver visto una mostra e aver vissuto un’esperienza: la prima può essere raccontata attraverso quello che si è visto, la seconda si può soltanto condividere attraverso quello che ha lasciato.

Senza spoiler, senza spiegazioni e senza la pretesa di dire agli altri cosa dovrebbero provare, perché l’arte, per fortuna, non funziona come un tutorial e non esiste una sensazione corretta da portarsi a casa.

Si può soltanto dire che, ogni tanto, vale la pena lasciarsi rapire, soprattutto quando nessuno ci sta chiedendo di comprare qualcosa, di produrre qualcosa o di dimostrare qualcosa, ma semplicemente di fermarci abbastanza a lungo da permettere a una storia, a una voce e a un’immagine di portarci per qualche minuto in una dimensione diversa.

E forse, in un mondo che corre continuamente verso qualcosa, la cosa più rivoluzionaria che si possa fare è proprio questa: fermarsi.

Non per scappare dalla realtà, ma per tornarci qualche minuto dopo con la sensazione di aver respirato un’aria diversa.

Perché, ogni tanto, anche il mondo può aspettare.

Un grazie a Moon Events di Stefania Salmoiraghi, a DocTizioArt per le opere e a La Storyteller per aver dato loro una voce, trasformando una mostra in un’esperienza capace, anche solo per qualche minuto, di ricordare quanto sia bello perdersi nella percezione di qualcosa e lasciare che sia l’arte, almeno per una volta, a portarci altrove.


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