A un certo punto della vita succede una cosa meravigliosamente tragica: ci si guarda allo specchio e si scopre di non essere diventati la persona che si immaginava a sedici anni. Una rivelazione devastante, certo, ma neanche troppo sorprendente, perché a sedici anni ci si immagina tutti straordinari. Nessuno pensa mai: “Da grande voglio avere l’ansia per una bolletta del gas, una cervicale permanente e il sonno leggero per colpa delle notifiche del telefono”. No. A sedici anni si sogna in grande. Ci si vede brillanti, realizzati, liberi, pieni di soldi o almeno pieni di senso. E invece poi si cresce, e il massimo della libertà diventa annullare un impegno all’ultimo minuto senza inventarsi una scusa credibile.

La verità è che esiste una categoria di persone che passa la vita intera a rincorrere qualcosa senza raggiungerlo mai davvero. Non perché siano incapaci, attenzione. Sarebbe quasi più semplice. No, il problema è che sono vivi. Terribilmente vivi. E quindi continuano a provarci anche quando sarebbe molto più comodo mollare tutto, comprarsi una tuta in pile e trasformarsi in uno di quegli esseri umani che parlano solo di mutui, previsioni del tempo e sconti al supermercato.

Ci sono persone che hanno fatto della sopravvivenza una forma d’arte, e altre che invece continuano ostinatamente a voler vivere davvero, anche quando vivere davvero significa prendere schiaffi emotivi con la regolarità di un abbonamento mensile.

Perché diciamolo chiaramente: crescere non è quel percorso elegante che raccontano nei film motivazionali dove uno cade, si rialza, parte la musica epica e alla fine conquista il mondo. Nella realtà uno cade, si rialza, cade ancora, piange in bagno guardando il proprio conto corrente, si convince di aver finalmente capito tutto e due giorni dopo sta facendo esattamente gli stessi errori di prima, ma con una consapevolezza leggermente più poetica.

Eppure c’è qualcosa di profondamente rispettabile in chi continua.

Anche quando non conclude niente.

Anche quando gli obiettivi sembrano sempre spostarsi più avanti come una maledizione divina studiata apposta per mettere alla prova la pazienza umana.

Perché il mondo è pieno di gente convinta che il valore di una persona dipenda esclusivamente dai risultati. Quelli che se a trent’anni non hai una casa, due investimenti, una relazione stabile, un metabolismo funzionante e una serenità mentale degna di un monaco tibetano allora evidentemente hai sbagliato tutto. Sono gli stessi individui che pubblicano frasi tipo “volere è potere” mentre ereditano aziende di famiglia o vivono grazie ai soldi del padre commercialista. Dei veri poeti del capitalismo emotivo.

La realtà invece è molto più sporca, molto più ingiusta e infinitamente meno motivazionale.

Ci sono persone che si impegnano il doppio per ottenere la metà.

Persone che si spaccano in quattro ogni giorno e continuano comunque a sentirsi in ritardo.

Persone che passano anni a cercare di diventare la versione migliore di sé stesse e nel frattempo devono anche ricordarsi di fare la spesa, pagare le rate, rispondere ai messaggi e fingere di stare bene davanti agli altri.

E la parte più assurda è che spesso si sentono pure in colpa per essere stanche.

Come se la stanchezza fosse un fallimento morale.

Come se ogni pausa fosse pigrizia.

Come se stare sdraiati a fissare il soffitto per due ore fosse un crimine contro l’umanità e non una normale reazione al fatto che il cervello umano, ogni tanto, arriva semplicemente al limite.

Viviamo nell’epoca della produttività tossica, dove tutti devono continuamente migliorarsi, evolversi, performare, monetizzare passioni, costruire brand personali, ottimizzare il tempo, bere abbastanza acqua e contemporaneamente avere anche una buona energia spirituale. Manca solo che qualcuno inventi una masterclass su come respirare in modo più competitivo degli altri.

E allora uno si sente sbagliato anche quando è semplicemente umano.

Perché nessuno insegna davvero a stare nei fallimenti. Tutti parlano del successo come se fosse inevitabile per chi ci crede abbastanza. Una gigantesca bugia raccontata da persone che non hanno mai avuto il coraggio di guardare negli occhi la frustrazione vera, quella che arriva quando ti rendi conto che hai dato tutto e non è bastato comunque.

Ed è lì che molte persone si spengono.

Non quando perdono.

Quando si convincono che perdere significhi non avere valore.

Che è una cosa completamente diversa.

Perché si può essere meravigliosamente vivi anche in mezzo al caos più totale. Anche senza aver capito cosa si vuole fare della propria esistenza. Anche senza essere arrivati da nessuna parte.

Anzi, a volte sono proprio quelli più irrisolti ad avere dentro il fuoco più feroce.

Perché chi non si sente mai incompleto di solito smette anche di cercare.

E invece c’è chi continua.

Continua a immaginarsi diverso.

Continua a desiderare qualcosa di più grande anche quando il mondo gli suggerisce continuamente di abbassare le aspettative e accontentarsi.

Che poi “accontentarsi” è una parola curiosa. Viene sempre raccontata come maturità, equilibrio, saggezza. In realtà molte volte è solo paura ben vestita. Paura di fallire ancora. Paura di sembrare ridicoli. Paura di essere quelli che a quarant’anni stanno ancora inseguendo sogni che gli altri hanno già archiviato sotto la voce “fase adolescenziale”.

Ma c’è qualcosa di tremendamente triste nelle persone che smettono di desiderare.

Diventano efficienti, magari. Funzionali. Razionali. Ma perdono quella scintilla disordinata che rende una persona interessante da guardare mentre vive.

Perché la vita non la cambiano quelli che si sentono già arrivati. La cambiano quelli che continuano ad avere fame. Anche stanchi. Anche feriti. Anche con la sensazione costante di essere fuori tempo massimo.

E sì, certe volte capita pure di crollare sul divano e lasciare che i giorni passino addosso senza reagire. Succede. E non serve trasformare ogni momento difficile in una lezione motivazionale da stampare su una tazza.

Alcuni periodi fanno semplicemente schifo.

Alcuni anni sembrano un’enorme sala d’attesa senza chiamata.

Alcune mattine ci si sveglia convinti di essere ancora esattamente al punto di partenza.

E quella vocina infame nella testa arriva puntuale a ricordarti tutto quello che non sei riuscito a diventare.

Non hai concluso abbastanza.

Non hai guadagnato abbastanza.

Non sei abbastanza bello, abbastanza forte, abbastanza realizzato.

Gli altri sembrano tutti più avanti.

Gli altri sembrano sapere cosa stanno facendo.

Spoiler: non lo sa nessuno.

La maggior parte delle persone sta improvvisando con una sicurezza che rasenta il teatro sperimentale. Solo che alcuni lo fanno in silenzio, altri invece aprono un podcast e iniziano a dare consigli di vita.

Eppure, nonostante tutto, c’è chi continua a rialzarsi.

Magari senza eleganza.

Senza strategie perfette.

Senza il mindset vincente che piace tanto agli esperti di crescita personale con il sorriso inquietante e le camicie beige.

Ma continua.

E questo conta più di quanto si voglia ammettere.

Perché vivere davvero non è arrivare primi. Non è vincere sempre. Non è diventare la versione impeccabile che ci si era costruiti nella testa anni prima.

Vivere davvero significa attraversare tutto senza diventare completamente freddi.

Conservare la capacità di emozionarsi anche dopo le delusioni.

Riuscire ancora a ridere dopo aver pianto.

Avere ancora il coraggio di desiderare qualcosa anche dopo aver fallito cento volte.

E forse è proprio questo che salva certe persone: il fatto di non riuscire a spegnersi del tutto.

Perché ci sono individui che si rompono e diventano cinici. E altri che invece si rompono e diventano profondi.

Che è molto più doloroso, ma infinitamente più umano.

Alla fine il punto non è se si raggiungerà davvero tutto quello che si sognava. Forse no. Forse alcune cose resteranno incompiute per sempre. Forse esistono desideri destinati a rimanere sospesi come certe canzoni che non finiscono mai davvero.

Ma nel frattempo si sarà vissuto.

Male, bene, a pezzi, in ritardo, con stile discutibile e decisioni emotivamente discutibili, ma vissuto davvero.

E in un mondo pieno di persone anestetizzate, distratte, passive e terrorizzate dalla possibilità di sentire troppo, forse questa è già una forma enorme di vittoria.


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