A volte mi capita di osservarli.
Sono ovunque, e si muovono come se il mondo intero fosse un palcoscenico e loro, l’unico spettacolo degno di nota. Parlano con enfasi, si muovono con sicurezza, indossano sorrisi fissi e parole già pronte, come se si fossero esercitati prima davanti allo specchio. Ed è probabile che lo abbiano fatto davvero. C’è chi ostenta ricchezza con lo stesso entusiasmo con cui un bambino mostra un disegno scarabocchiato: con orgoglio sproporzionato, certo, ma anche con quella fame invisibile di attenzione. Di approvazione. Di sguardi.
Mi fa tenerezza, sai.
Non è un giudizio il mio. È più una constatazione malinconica.
Perché dietro ogni ostentazione, dietro ogni voce che si alza un po’ troppo, ogni outfit studiato al millimetro, ogni discorso zeppo di “io, io, io”… io ci vedo solo un grande bisogno. Un bisogno disperato di essere visti. Di esistere. Di sentirsi importanti, almeno agli occhi degli altri.
E non parlo solo del denaro, delle vacanze da sogno, degli orologi d’oro o dei piatti stellati postati nelle stories. Parlo anche di chi ostenta bellezza come fosse un merito personale, di chi si appende addosso la propria intelligenza come fosse un vestito da sera. Parlo di chi non riesce a stare in silenzio, perché il silenzio fa rumore, e allora preferisce il frastuono delle parole, dei numeri, delle medaglie che si dà da solo. L’importante è che qualcuno lo noti. Che si dica “wow”. Che lo si invidi.
Già, l’invidia.
Come se fosse meglio far provare invidia che non far provare nulla.
Meglio un pizzico d’odio nascosto dietro un sorriso finto, che l’indifferenza assoluta.
Meglio sentirsi un gradino più su, anche se è un gradino traballante, purché si possa guardare gli altri dall’alto. Come se la vetta fosse lo scopo, e non il percorso. Come se lo scopo della vita fosse salire sopra gli altri, invece che accanto.
Eppure, c’è qualcosa di stanco in tutto questo.
Una stanchezza che non si vede, ma si sente.
Una fatica nel dover essere sempre “tanto”. Tanto belli, tanto colti, tanto di successo. Tanto tutto. Mai abbastanza, mai semplici. Perché la semplicità, in questo strano mondo, sembra un fallimento. Sembra poco.
Ma io credo che chi ostenta non lo faccia per superbia. O almeno, non solo.
Credo che sotto quella patina lucida, ci sia solo un’enorme insicurezza che ha imparato a vestirsi bene. Una paura costante di non bastare, di non essere considerati, di non esistere davvero se non dentro gli occhi degli altri.
E allora diventa tutto una gara.
Chi ha di più, chi sa di più, chi vive meglio.
Chi vince.
Come se la vita fosse una competizione a chi arriva prima, a chi brilla di più. Ma per fare cosa, poi? Per salire sul podio e guardare chi è rimasto giù? È questo, il senso?
Io non lo so. Ma so che c’è un altro tipo di persona.
Non sempre visibile. Spesso silenziosa. Ma c’è.
Sono quelli che non ostentano. Che non si impongono. Che non si preoccupano troppo di farsi vedere, ma si concentrano sull’esserci. Con discrezione, con autenticità, con una forza che non ha bisogno di urla.
Quelli che magari non salgono sulle cime delle montagne, ma camminano nei boschi, e trovano bellezza anche lì.
Quelli che se parlano, lo fanno per costruire qualcosa, non per impressionare.
Quelli che potrebbero conquistare il mondo, e invece scelgono di costruirsi un piccolo universo a misura di cuore.
Mi capita spesso di incontrarli.
Sono quelli che ti ascoltano davvero, che non ti sovrastano con la loro presenza ma ti fanno sentire a casa.
Quelli che non postano ogni attimo, ma lo vivono. Che non ti sbattono in faccia la loro felicità, ma te la fanno intravedere negli occhi.
E forse non hanno bisogno di ostentare perché hanno già trovato, in qualche angolo nascosto, un senso.
Il loro senso.
Ed è buffo, perché spesso proprio loro sono quelli che avrebbero tutte le carte per dominare, per emergere, per farsi notare davvero.
Ma non gli interessa.
Non hanno bisogno di vincere, perché non giocano nemmeno.
Non partecipano alla gara.
Vivono a modo loro. Amando a modo loro. Costruendo, scegliendo, restando.
E io, se devo essere sincera, mi sento più simile a loro.
Anche se ogni tanto, quella vocina torna: “Dovresti mostrare di più. Dovresti dire chi sei, cosa fai, quanto vali.”
Ma poi mi guardo intorno e mi accorgo che tutto quello che conta, in realtà, lo sento quando smetto di correre. Quando sto. Quando sono.
E allora mi va bene così.
Non mi serve brillare per forza.
Non mi serve far venire l’invidia a nessuno.
Mi basta vivere, intensamente, anche nei giorni comuni.
Mi basta sapere che non ho bisogno di essere “tanto”.
Mi basta essere vera.
Perché alla fine, l’unica vetta che conta è quella dove smetti di dimostrare e inizi a respirare.
Dove ti siedi, ti guardi attorno e capisci che non hai bisogno di essere visto da tutti.
Ti basta essere visto, davvero, da chi ti ama.
Il resto, è solo rumore.


Lascia un commento