C’è una cosa piuttosto comica nel funzionamento della mente umana, sempre che si abbia ancora voglia di trovarci qualcosa di comico, ed è la straordinaria capacità di convincersi che ciò che conosce sia automaticamente ciò che le fa bene, come se l’abitudine fosse una certificazione di qualità e non, molto più spesso, soltanto una pessima frequentazione protratta nel tempo.

Una persona può crescere imparando che bisogna resistere, stringere i denti, prevedere il peggio, non fidarsi troppo, non abbassare mai la guardia e soprattutto non permettersi il lusso di stare davvero bene, perché stare bene, in fondo, potrebbe essere soltanto la calma sospetta che precede l’ennesimo disastro, e quando una persona ha imparato questo abbastanza presto finisce per sviluppare una strana forma di talento, quella di riconoscere immediatamente le difficoltà e sentirsi completamente spaesata davanti alla serenità.

È così che alcune persone finiscono per costruirsi un habitat nel posto peggiore possibile, dentro le difficoltà.

Non perché amino soffrire, come amano raccontarsi quelli che hanno bisogno di spiegazioni semplici per fenomeni complessi, ma perché lì dentro sanno perfettamente come muoversi, conoscono le regole, conoscono il ruolo da interpretare e soprattutto conoscono se stessi, mentre davanti a qualcosa di facile, stabile, bello o semplicemente normale si ritrovano improvvisamente senza copione.

La difficoltà diventa allora una specie di lingua madre.

E quando una persona parla quella lingua da abbastanza tempo, persino la felicità può sembrarle scritta con un errore grammaticale.

Il problema è che nessuno nasce con l’idea che per ottenere qualcosa debba necessariamente soffrire per ottenerla, ma qualcuno può impararlo, lentamente, attraverso esperienze, delusioni, responsabilità, aspettative, paure e tutte quelle piccole lezioni non richieste che la vita impartisce con la grazia di un professore sadico che non ha mai sentito parlare di didattica inclusiva.

Così, a forza di vivere certe dinamiche, una persona può arrivare a convincersi che ogni risultato debba avere un prezzo, che ogni relazione debba essere conquistata, che ogni traguardo debba essere accompagnato dalla fatica e che, se qualcosa arriva senza far male, allora probabilmente non vale abbastanza.

È una convinzione profondamente umana e anche piuttosto stupida, ma proprio per questo tremendamente efficace.

Perché quando una persona crede che per avere qualcosa debba stare male, inizierà inconsapevolmente a scegliere situazioni capaci di farla stare male, e poi, con una certa dose di genialità autolesionista, utilizzerà la sofferenza prodotta da quelle situazioni come prova del fatto che aveva ragione.

Il sistema è praticamente perfetto.

Prima si costruisce la convinzione, poi si cercano le circostanze che la confermino e infine si guarda il risultato dicendo: «Vedi? Avevo ragione».

Applausi.

Il cervello umano ha appena creato il proprio esperimento scientifico truccando i risultati.

E dentro questo meccanismo entra anche la pressione.

Quella pressione che spinge a fare sempre di più, a dare sempre di più, a dimostrare sempre di più, perché evidentemente non è mai abbastanza ciò che viene fatto, mentre la domanda veramente interessante rimane nascosta sotto tutte quelle pretese di perfezione: perché non può fare di più?

Perché non basta?

Perché deve sempre esserci qualcosa da aggiustare, qualcuno da salvare, un problema da risolvere, un obiettivo da raggiungere, un errore da correggere?

Forse perché, in fondo, fermarsi significherebbe incontrarsi.

E incontrarsi, a volte, è molto più difficile che correre.

Una persona abituata a vivere sotto pressione può perfino confondere la pressione con la motivazione, la paura con la prudenza, il controllo con la responsabilità e l’iperattività con il valore personale, perché finché c’è qualcosa da fare non deve necessariamente chiedersi come sta.

Finché deve risolvere qualcosa, non deve guardare quello che sente.

Finché deve essere forte, non deve ammettere di avere paura.

E finché deve dimostrare di poter fare tutto da sola, può evitare accuratamente la possibilità, decisamente terrificante, di avere bisogno di qualcuno.

È qui che il meccanismo diventa davvero interessante.

Perché una persona può passare anni a desiderare vicinanza, comprensione, amore, complicità e presenza, mentre contemporaneamente costruisce muri abbastanza alti da rendere praticamente impossibile a chiunque raggiungerla.

Un muro.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

Ogni delusione diventa un mattone, ogni paura diventa cemento, ogni esperienza negativa viene utilizzata come materiale da costruzione e, alla fine, quella persona si ritrova davanti alla propria opera più riuscita, completamente soddisfatta della solidità della struttura e completamente disperata perché dall’altra parte non c’è più nessuno.

Ed è qui che arriva la parte tragicomica.

La più grande paura era rimanere da sola.

E proprio per paura di rimanere da sola ha costruito tutto ciò che serviva per rimanere da sola.

Una strategia impeccabile.

Quasi da manuale.

Il problema è che i muri non fanno soltanto entrare meno dolore, fanno entrare meno tutto.

Non entra il dolore, certo, ma non entra nemmeno la carezza.

Non entra la delusione, ma non entra nemmeno la sorpresa.

Non entra il tradimento, ma non entra nemmeno la fiducia.

Non entra nessuno che possa ferire, ma non entra nemmeno nessuno che possa restare.

E allora quei muri, a guardarli bene, non sono forza.

Sono paura.

Sono codardia con una bella giacca addosso.

Sono il modo elegante che una persona trova per evitare di dire: «Ho paura che se mi mostro davvero, tu possa scegliere di andartene».

Molto più dignitoso dire che non ha bisogno di nessuno.

Molto più sofisticato sostenere che sta bene da sola.

Molto più intelligente dichiarare di avere standard altissimi, aspettative irrinunciabili e una pazienza ormai esaurita.

Peccato che, qualche volta, dietro tutti questi principi impeccabili ci sia semplicemente qualcuno che ha paura di essere lasciato.

E allora evita.

Evita di chiedere.

Evita di spiegare.

Evita di fidarsi.

Evita di mostrarsi vulnerabile.

Evita di restare quando qualcosa fa paura, perché andarsene per primi dà almeno l’illusione di avere il controllo.

E il controllo, per chi ha paura, è una droga molto più potente della libertà.

Solo che c’è una differenza enorme tra controllare ciò che accade e controllare ciò che si permette di accadere.

Nel primo caso si cerca sicurezza.

Nel secondo si cerca isolamento.

E una persona può diventare talmente brava a proteggersi da non accorgersi più che la protezione, a un certo punto, ha smesso di proteggerla e ha iniziato a imprigionarla.

Forse il passaggio più difficile è proprio quello in cui deve ammettere di poter sbagliare.

Non perché abbia sbagliato tutto, ma perché non tutto ciò che ha fatto per sopravvivere deve necessariamente diventare il modo in cui continuerà a vivere.

Può permettersi di sbagliare.

Può permettersi di scegliere male.

Può permettersi di fidarsi della persona sbagliata e può perfino permettersi di scoprire che una persona giusta non era quella che immaginava.

Può permettersi di provare emozioni che non sa gestire, di attraversare momenti che non aveva programmato e di lasciarsi cambiare da ciò che accade, perché ogni emozione, ogni momento, ogni incontro e persino ogni errore porta qualcosa da qualche parte, anche quando sul momento sembra soltanto un’altra piccola catastrofe personale.

Non tutto deve essere utile immediatamente.

Non tutto deve produrre un risultato.

Non tutto deve diventare una lezione.

Questa mania contemporanea di trasformare ogni dolore in crescita personale è, a dirla tutta, un’altra forma di pressione, perché perfino quando una persona sta male sembra ormai obbligata a uscirne più forte, più consapevole, più evoluta e possibilmente con una frase motivazionale da pubblicare entro sera.

A volte una persona sta male e basta.

Poi passa.

Poi cambia.

Poi comprende.

Poi magari ricade.

E va bene anche così.

Il vero cambiamento non consiste nel diventare una persona che non ha più paura, perché quella persona probabilmente esiste soltanto nei libri motivazionali scritti da qualcuno che vuole vendere un corso, ma nel diventare una persona che smette di lasciare che la paura decida tutto al posto suo.

Il suo habitat possono essere state le difficoltà.

Per molto tempo può aver creduto che quello fosse il suo posto.

Può aver scambiato il caos per familiarità, la sofferenza per valore, la pressione per ambizione e i muri per protezione.

Ma un habitat non è una condanna.

È soltanto il luogo in cui si è imparato a sopravvivere.

E imparare a vivere altrove richiede qualcosa di molto più difficile che resistere: richiede lasciarsi andare.

Perché forse la vera paura non è rimanere da soli.

Forse la vera paura è scoprire che, una volta abbattuti tutti quei muri, qualcuno potrebbe finalmente avvicinarsi abbastanza da vedere chi c’è davvero dall’altra parte.

E a quel punto non ci sarebbe più nessun muro da incolpare.

Rimarrebbe soltanto una persona.

Con le sue paure, le sue emozioni, i suoi errori, le sue contraddizioni e la possibilità, finalmente, di smettere di scappare da ciò che desidera.

Una possibilità terribile.

Quasi quanto la libertà.


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