Esiste una categoria di persone facilmente riconoscibile, anche se continua ostinatamente a nascondersi dietro sorrisi impeccabili, fotografie perfette e quell’immancabile “va tutto bene” pronunciato con una convinzione degna di un premio Oscar, perché in fondo sorridere con le labbra è un esercizio sorprendentemente semplice, mentre riuscire a far sorridere gli occhi richiede qualcosa che nessun corso intensivo, nessun manuale di crescita personale e nessuna frase motivazionale appesa sopra la scrivania potranno mai insegnare. Gli occhi, infatti, sono terribilmente indiscreti, non conoscono l’arte della finzione e possiedono quella fastidiosa abitudine di raccontare la verità anche quando la bocca ha già deciso di inventarne una più presentabile.

È proprio lì che si nasconde la differenza tra chi indossa un sorriso e chi, invece, lo vive.

Perché la serenità ha questa strana caratteristica: arriva senza fare rumore e, ancora prima di sfiorare le labbra, accende qualcosa nello sguardo che diventa impossibile ignorare. Non è un lampo improvviso, non è un’esplosione di entusiasmo e nemmeno quella felicità rumorosa che dura il tempo di una buona notizia. È molto più sottile, molto più elegante e infinitamente più profonda, tanto da sembrare quasi una presenza silenziosa che si accomoda dentro una persona e decide di restarci senza pretendere nulla in cambio.

Ed è curioso osservare come molti continuino a cercarla ovunque tranne che nel posto in cui è sempre stata.

La cercano negli altri, sperando che qualcuno arrivi con il delicato compito di aggiustare tutto ciò che dentro continua a fare rumore. La cercano nelle emozioni forti, convinti che la felicità debba necessariamente essere spettacolare, rumorosa, quasi teatrale, come se la vita avesse l’obbligo di sorprendere ogni giorno con effetti speciali degni di un colossal hollywoodiano. La cercano perfino nell’attesa, perché sono sinceramente convinti che basti rimandare la propria pace al prossimo traguardo, al prossimo amore, alla prossima estate, al prossimo lunedì, al prossimo “quando finalmente…”, senza accorgersi che quel “finalmente” cambia continuamente indirizzo e si allontana con la stessa velocità con cui cercano di raggiungerlo.

La serenità, invece, osserva tutta questa frenesia con un’aria quasi divertita, come farebbe un adulto davanti a un bambino che continua a cercare gli occhiali mentre li ha già appoggiati sulla testa.

Ha un carattere piuttosto particolare, bisogna ammetterlo.

Più qualcuno la rincorre disperatamente, più sembra divertirsi a mantenere le distanze; poi, quando quella stessa persona si stanca di inseguire ogni risposta all’esterno, rallenta il passo, respira davvero e smette di pretendere che il mondo le debba qualcosa, eccola comparire con la naturalezza di chi era rimasta lì da sempre aspettando soltanto che facesse finalmente silenzio.

Ed è proprio quel silenzio il primo regalo che porta con sé.

Non il silenzio delle stanze vuote o delle parole che mancano, ma quello della mente quando smette finalmente di discutere con se stessa. Quel momento rarissimo in cui i pensieri, anziché spingersi l’uno contro l’altro come persone in coda durante i saldi, decidono sorprendentemente di mettersi in ordine e lasciare spazio a qualcosa che assomiglia incredibilmente alla pace.

È una sensazione difficile da raccontare perché non assomiglia a nessuna delle emozioni che normalmente vengono celebrate. Non è euforia, perché l’euforia passa in fretta. Non è entusiasmo, perché anche l’entusiasmo ha bisogno di essere continuamente alimentato. Non è nemmeno felicità nel senso più comune del termine, perché la felicità spesso dipende da ciò che succede intorno, mentre la serenità continua ostinatamente a esistere anche quando fuori il cielo decide di coprirsi di nuvole.

Assomiglia piuttosto a una brezza leggera.

Non una di quelle che arrivano all’improvviso facendo volare ogni cosa, ma quella carezza delicata che sfiora la pelle in una sera d’estate e riesce, senza alcuno sforzo, a far dimenticare il caldo soffocante di pochi minuti prima. Non cambia il mondo. Non cambia il paesaggio. Cambia semplicemente il modo in cui quel mondo viene respirato.

Ed è esattamente così che ci si sente quando la serenità trova finalmente posto dentro qualcuno.

Si respira meglio.

Il petto sembra improvvisamente più leggero.

Le spalle smettono di sostenere pesi che, a pensarci bene, nessuno aveva mai chiesto di portare.

Perfino il tempo cambia consistenza, perché non corre più come un nemico da rincorrere e nemmeno si trascina come un castigo, ma semplicemente scorre, lasciando la piacevole sensazione di essere esattamente dove si dovrebbe essere.

È quasi una droga.

Probabilmente questa definizione farà storcere il naso a qualcuno, ma soltanto perché si è abituati ad associare quella parola esclusivamente a qualcosa che distrugge, dimenticando che esistono dipendenze meravigliose, come quella di sentirsi finalmente bene con se stessi.

Chi assapora davvero la serenità sviluppa inevitabilmente il desiderio di proteggerla.

Non perché abbia paura di perderla, ma perché scopre quanto sia infinitamente più preziosa di qualsiasi emozione violenta e passeggera.

È una dipendenza che non consuma.

Non svuota.

Non pretende dosi sempre più grandi.

Al contrario, più cresce e più insegna che per stare bene serve sempre meno.

Meno rumore.

Meno confronti.

Meno bisogno di convincere qualcuno.

Meno paura di non essere abbastanza.

È quasi ironico che una sensazione tanto potente venga continuamente sottovalutata soltanto perché non fa spettacolo.

Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere enorme, straordinario, eccezionale, memorabile, come se la normalità fosse diventata improvvisamente una colpa e la tranquillità una noiosa perdita di tempo. Eppure è proprio nella normalità che la serenità sceglie di abitare. Si nasconde in un respiro profondo, in un momento di silenzio, in una passeggiata senza fretta, nel sole che scalda il viso, nella pioggia ascoltata senza maledire il cielo, in quella capacità quasi dimenticata di esserci davvero, senza avere continuamente la testa proiettata cinque passi più avanti.

Forse il suo più grande difetto è proprio quello di non poter essere regalata.

Nessuno, per quanto ami un’altra persona, può consegnarle la serenità come si consegna un mazzo di fiori.

Può offrirle una mano.

Può camminarle accanto.

Può renderle alcuni giorni infinitamente più belli.

Ma quella pace che illumina gli occhi nasce altrove.

Nasce nel momento esatto in cui una persona smette di scappare da se stessa e decide finalmente di sedersi accanto alle proprie fragilità senza sentirsi in dovere di combatterle tutte.

Perché la serenità non arriva quando tutto diventa perfetto.

Arriva quando si smette di pretendere che la perfezione sia il prezzo da pagare per concedersi di stare bene.

Ed è forse questa la lezione più difficile da accettare.

Per anni si vive nella convinzione che il benessere sia una ricompensa destinata a chi avrà risolto ogni problema, superato ogni paura, raggiunto ogni obiettivo e messo finalmente in ordine ogni pezzo della propria esistenza, salvo poi scoprire che la vita continuerà imperterrita a essere imperfetta, imprevedibile e magnificamente disordinata.

La serenità non aspetta che tutto si sistemi.

Si accomoda proprio in mezzo a quel disordine.

Sorride.

Respira.

E insegna che si può stare bene anche mentre qualcosa manca.

Per questo gli occhi di una persona serena sono diversi.

Non brillano perché non abbiano mai conosciuto il dolore.

Brillano perché hanno smesso di permettergli di occupare tutto lo spazio disponibile.

Hanno imparato che ogni tempesta, prima o poi, si stanca di essere tempesta.

Che ogni notte, per quanto lunga possa sembrare, finisce inevitabilmente per arrendersi al mattino.

Che nessuna ferita può impedire al sole di sorgere ancora.

Ed è proprio in quel momento che il sorriso smette di essere un gesto e diventa uno stato dell’anima.

Non serve mostrarlo.

Non serve spiegarlo.

Non serve nemmeno difenderlo.

Chi è davvero sereno entra in una stanza e, senza rendersene conto, porta con sé quella stessa leggerezza della brezza che precede l’estate, quella che non chiede attenzione eppure riesce a cambiare l’aria semplicemente esistendo.

Forse è questo il più grande lusso che una persona possa concedersi, perché tutto il resto può essere perso, dimenticato, rotto, sostituito o portato via, mentre quella pace che nasce nel luogo più profondo di sé rimane lì, silenziosa e ostinata, continuando a sorridere attraverso gli occhi anche quando le labbra, per un momento, scelgono semplicemente di riposare.


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