Esistono persone che possiedono una qualità talmente rara da essere diventata quasi sconveniente, una di quelle caratteristiche che la società contemporanea tollera soltanto finché rimangono discretamente nascoste, perché la sensibilità autentica, quando diventa evidente, mette a disagio. In un mondo che ha trasformato l’indifferenza in autodifesa, il cinismo in una presunta forma di intelligenza e l’egoismo in una rispettabile strategia di sopravvivenza, incontrare qualcuno capace di sentire davvero rappresenta quasi un’anomalia.

E non si tratta, sia chiaro, di quelle persone che si proclamano buone perché condividono una frase edificante sui social, si commuovono davanti a un video di un animale maltrattato e poi trattano con sufficienza il primo essere umano che incontrano. Quella è scenografia. La bontà autentica è una faccenda molto meno conveniente, perché non ha bisogno di essere esibita e, soprattutto, non coincide affatto con la perfezione.

Una persona profondamente sensibile può avere un carattere pessimo, essere orgogliosa, permalosa, testarda, impulsiva e perfino capace di prendere decisioni che, osservate dall’esterno, sembrano tutt’altro che nobili. Può arrabbiarsi, può ferire, può chiudere una porta e decidere di non riaprirla mai più. Può commettere errori anche gravi, perché la capacità di provare compassione non conferisce alcuna immunità dall’essere umani, e sarebbe piuttosto ridicolo pretendere una superiorità morale soltanto perché si possiede una certa profondità emotiva.

La differenza, infatti, non si trova nell’assenza di errori, ma in ciò che rimane quando gli errori vengono commessi.

È qui che la faccenda diventa interessante.

La società contemporanea sembra nutrire una curiosa ammirazione per chi non prova nulla, per chi dichiara di non avere bisogno di nessuno, per chi tratta le relazioni come contratti a tempo determinato e le persone come strumenti intercambiabili. Chi non si lascia coinvolgere viene definito forte, chi non perdona viene considerato intelligente, chi non si fida viene promosso a persona matura e chi non mostra vulnerabilità viene immediatamente celebrato come qualcuno che “ha capito come funziona il mondo”.

Peccato che, molto spesso, non abbia capito proprio niente.

Ha semplicemente imparato a non sentire.

E naturalmente non c’è niente di più facile che scambiare l’anestesia emotiva per maturità.

Chi possiede una sensibilità autentica, invece, paga spesso un prezzo sproporzionato per una qualità che nessuno gli ha chiesto di possedere. Nota dettagli che gli altri ignorano, percepisce cambiamenti minimi nel comportamento altrui, si interroga sulle ragioni dietro un gesto e tende a concedere alle persone una profondità che non sempre meritano. È una caratteristica meravigliosa finché non incontra qualcuno abbastanza opportunista da scambiarla per disponibilità illimitata.

Ed è lì che la sensibilità diventa carne da macello.

Perché il mondo sa essere sorprendentemente indulgente con chi prende e inspiegabilmente severo con chi continua a dare. Chi sfrutta viene spesso giustificato con la propria natura, le proprie difficoltà, le proprie circostanze; chi concede troppo viene invece liquidato con una parola comodissima: ingenuo.

Prima o poi, dunque, anche la persona più generosa impara che non tutti meritano accesso alle sue stanze migliori.

E costruisce una corazza.

Non necessariamente perché sia diventata cattiva, ma perché ha finalmente compreso che essere accessibile a chiunque equivale, nella migliore delle ipotesi, a diventare terreno edificabile per chiunque abbia voglia di costruirci sopra il proprio interesse.

La durezza, perciò, non è sempre il segno di una natura fredda. Talvolta è semplicemente il risultato di una sensibilità che ha dovuto imparare a difendersi.

Ed è proprio qui che nasce uno dei paradossi più affascinanti: le persone che hanno più profondità possono diventare quelle più difficili da riconoscere.

Costruiscono personaggi.

Diventano sarcastiche, provocatorie, distaccate, apparentemente indifferenti, talvolta persino arroganti, perché hanno scoperto che una battuta cinica è molto più facile da gestire di una delusione e che fingere di non avere bisogno di qualcuno è infinitamente meno rischioso che ammettere di averne bisogno. Si confezionano un personaggio da quattro soldi e lo indossano con una certa ostinazione, nella convinzione che sembrare impermeabili basti, prima o poi, a diventarlo davvero.

Naturalmente non funziona.

La corazza protegge, ma non trasforma.

Sotto quella costruzione rimane spesso la stessa persona che si commuove davanti a una sofferenza, che si preoccupa senza dirlo, che torna a casa furiosa con il mondo e il giorno dopo si ritrova comunque ad aiutare qualcuno che, francamente, non se lo meriterebbe nemmeno.

È questo il punto che dovrebbe interessare, non l’immagine esterna.

Non la frase sbagliata pronunciata durante una discussione, non una decisione presa male, non una reazione spropositata in un momento di rabbia. Una persona sensibile rimane pur sempre una persona, e gli esseri umani sono creature magnificamente incoerenti: possono amare qualcuno e ferirlo nello stesso momento, possedere principi e tradirli, conoscere perfettamente la scelta giusta e imboccare comunque quella sbagliata.

Pretendere la perfezione morale da chi possiede una grande sensibilità significa non aver compreso affatto la natura della bontà.

La bontà autentica, infatti, è molto meno elegante.

È contraddittoria, imperfetta, talvolta persino sgradevole. Può convivere con un carattere difficile, con l’orgoglio, con la rabbia e con una quantità considerevole di difetti. Ciò che la distingue è qualcosa di più profondo e decisamente meno visibile: ciò che una persona non riesce a diventare.

Può essere delusa senza provare piacere nel distruggere chi l’ha delusa; può smettere di fidarsi senza trasformare ogni sconosciuto in un potenziale nemico; può diventare selettiva senza perdere la capacità di provare compassione. Può persino diventare spietata nelle proprie scelte, quando necessario, senza diventare crudele nella propria natura.

Ed è una distinzione che molti, con una certa superficialità, non comprendono.

Mettere un limite non è crudeltà.

Allontanarsi non è crudeltà.

Smettere di salvare continuamente persone che non vogliono salvarsi non è crudeltà.

A volte è semplicemente il momento in cui una persona sensibile smette di essere disponibile per chiunque e comincia, finalmente, a essere leale anche verso se stessa.

Questa è probabilmente una delle maturazioni più difficili per chi ha sempre avuto la tendenza a prendersi cura degli altri: capire che la propria disponibilità non costituisce un debito nei confronti del mondo e che avere un’anima generosa non significa doverla consegnare in mano a chiunque.

Perché la sensibilità senza discernimento rischia di diventare soltanto una condanna.

Eppure, nonostante le delusioni, qualcosa rimane.

Dopo gli abbandoni, le promesse disattese, le persone sbagliate e tutte quelle esperienze che avrebbero fornito motivazioni più che sufficienti per diventare cinici, alcuni individui conservano ancora la capacità di guardare il mondo senza desiderare di avvelenarlo. Non perché siano stupidi, ma perché hanno scelto, magari dopo anni di battaglie interiori, di non permettere alle persone sbagliate di decidere chi sarebbero diventati.

Ed è una scelta enormemente più difficile della semplice cattiveria.

Essere cattivi dopo essere stati feriti è facile.

Diventare indifferenti è facile.

Convincersi che nessuno meriti fiducia è facilissimo.

Continuare a possedere la capacità di sentire, invece, richiede una forza che raramente viene celebrata, perché non fa rumore, non produce spettatori e non offre quella gratificazione immediata che deriva dal poter dichiarare: “Dopo tutto quello che ho passato, non mi importa più di niente.”

A qualcuno importa ancora.

Magari non lo ammette, magari lo nasconde dietro una battuta, magari finge di essere diventato esattamente ciò che il mondo gli chiedeva di diventare, ma importa.

Ed è proprio per questo che, quando il cammino di qualcuno si incrocia con quello di una persona simile, diventa quasi impossibile tornare a guardare gli altri nello stesso modo.

Perché un incontro del genere lascia un termine di paragone.

Dopo aver conosciuto qualcuno capace di possedere una simile profondità, certe superficialità diventano insopportabili, alcune crudeltà diventano ancora più evidenti e determinate relazioni appaiono improvvisamente per ciò che sono. Quella che prima sembrava semplice freddezza comincia ad assomigliare al vuoto, mentre quella che veniva scambiata per forza rivela, talvolta, soltanto una straordinaria incapacità di sentire.

Forse è questo il vero dramma delle persone dal cuore buono: non soltanto la loro rarità, ma il fatto che, quando finalmente se ne incontra una, diventa molto più difficile accontentarsi di chi non possiede la stessa sostanza.

E allora il mondo può continuare pure a premiare il cinismo, a chiamare maturità l’indifferenza e intelligenza la diffidenza. Chi ha imparato a difendersi continuerà a chiudere qualche porta in più, a scegliere con maggiore attenzione chi lasciare entrare e a portarsi addosso una corazza leggermente più spessa.

Ma sotto quella corazza rimarrà ciò che conta davvero.

Non la pretesa di essere buoni con tutti, né quella ridicola di essere sempre nel giusto.

Semplicemente, il rifiuto di permettere a ciò che di peggiore si è incontrato di diventare ciò che si è.

Ed è probabilmente questa, tra tutte, la forma più rara e più scomoda di forza che un essere umano possa possedere.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *