C’è un’immagine che ritorna sempre uguale, sempre più vuota: quella dell’uomo medio italiano. Non l’uomo comune, ma lo stereotipo che ormai dilaga ovunque – nei reality, sui social, nei salotti televisivi – e che, incredibilmente, continuiamo a considerare un modello. Superficiale, volgare, ostentatore di denaro, sesso e droga, convinto che questi siano i simboli del potere. Una figura che, se guardata con lucidità, dovrebbe farci pena. E invece, ci affascina. Ci trascina. Ci disorienta.
Questa sera ho guardato un’intervista a uno di questi “personaggi”. Non serve fare nomi: il copione è sempre lo stesso. Parlava di rivalsa sociale sventolando una Lamborghini e sniffando cocaina in un hotel di lusso. Si atteggiava a intellettuale incompreso, eppure persino la sua autobiografia era stata scritta da qualcun altro. E io lì, ferma a guardare. Incredula. Perché anche alla finzione dovrebbe esserci un limite.
Parlava di successo, di donne come trofei, di “sapersi vendere” come se fosse un merito. Ma in lui non c’era profondità, solo un’enorme paura: quella di stare zitto, di fermarsi, di guardarsi davvero. Un uomo che finge di essere qualcosa che non è, e che si nasconde dietro il rumore. Ma cos’è un intellettuale, se non qualcuno che ha il coraggio di scrivere, di raccontarsi, con parole proprie?
Abbiamo scambiato il rumore per successo. Abbiamo dimenticato il valore del silenzio, della riflessione, dell’autenticità.
E voglio essere chiara: anche io ho vissuto una vita piena di eccessi, segnata dai vizi capitali. Anche io, per un periodo, ho cercato lì un’identità. Non rinnego quella fase – fa parte di me – ma non me ne vanto. Perché in quegli eccessi non c’era eroismo, solo vuoto. Un vuoto che cercavo disperatamente di riempire.
Poi è arrivato mio figlio. E tutto è cambiato. Come se si fosse accesa una luce, forte, ineludibile. Mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta: chi voglio essere davvero? È stato quel momento a riportarmi sulla mia strada, a ridarmi un senso più profondo, più umano. Un senso che non si misura in follower o in status, ma in verità.
Forse è proprio quello che manca a molti di questi idoli contemporanei. Forse, sotto tutta quella ostentazione, c’è solo un grande bisogno d’aiuto. Forse cercano di convincerci che quella sia la via giusta solo perché non ne conoscono un’altra. Ma il problema vero è nostro: continuiamo a dar loro visibilità, a premiarli, a renderli esempio.
Ma esempio di cosa? Di una vita che si regge sull’apparenza, sul consumo, sull’illusione del controllo? È questo il modello che vogliamo per i nostri figli?
E allora mi chiedo: perché non prendiamo ispirazione da chi ha davvero qualcosa da dire?
Da Roberto Saviano, che scrive verità scomode e ne paga il prezzo ogni giorno.
Da Liliana Segre, che con la sua storia combatte l’indifferenza e insegna memoria.
Da Dacia Maraini, che ha dato voce alle donne e alla libertà.
Da Pier Paolo Pasolini, che ha saputo raccontare le periferie e le coscienze con coraggio e poesia.
Perché queste voci faticano a emergere, mentre il circo dell’inutile domina la scena?
Viviamo in un’epoca in cui la gola, la lussuria, l’avarizia e la superbia sono diventati stili di vita. Li applaudiamo, li idolatriamo. Ma mentre lo facciamo, perdiamo qualcosa di essenziale.
Abbiamo perso il senso del limite.
Abbiamo perso l’umiltà.
Abbiamo perso il valore della fatica, il tempo lento, il pudore del dolore.
Abbiamo perso il silenzio.
Eppure continuiamo a fingere che tutto questo sia normale. Che ci appaghi. Ma non è vero. È solo più facile: è più facile mentire che cambiare. È più facile fingere che fermarsi a sentire il dolore.
Ma io so una cosa: ognuno di noi ha dentro un tasto. Quello giusto. Basta premerlo nel momento opportuno per tornare a sé stessi. Per dire basta.
Basta ai miti vuoti.
Basta all’ipocrisia.
Basta a questa immagine di uomo italiano ridotto a bambino cresciuto male, con il portafoglio pieno e l’anima vuota.
Perché io lo so: un altro uomo è possibile.
Un uomo che non ha bisogno di ostentare.
Che sa piangere.
Che sa chiedere scusa.
Che misura il suo valore in dignità, non in conquiste.
Quell’uomo esiste. Ma fa poco rumore. Perciò non lo vediamo. E invece dobbiamo iniziare a sceglierlo, a raccontarlo, a renderlo visibile.
Perché io non voglio che mio figlio cresca in un mondo dove conta più l’apparenza dell’anima.
Voglio un mondo fatto di gesti gentili. Dove la bellezza non è ostentazione, ma cura. Dove l’autenticità vale più dell’immagine. Dove la verità ha ancora voce.
E forse, tutto può iniziare proprio da noi. Da ogni scelta quotidiana. Da ogni parola che osa dire:
“Questa figura barbina non ci rappresenta più.”


Lascia un commento