C’è un’epidemia molto più silenziosa dell’ansia, della depressione e della dipendenza dai social network, e il fatto curioso è che nessuno sembra volerla curare davvero perché richiederebbe la cosa più costosa del mondo: tempo. Non denaro, non successo, non follower, non viaggi alle Maldive fotografati con il tramonto perfettamente allineato all’orizzonte. Tempo. Quello vero, quello che non si recupera, quello che non torna indietro nemmeno se si è disposti a pagarlo a peso d’oro.L’essere umano moderno è diventato un fenomeno straordinario. Riesce a passare quattro ore consecutive davanti a una serie televisiva senza battere ciglio, ma considera eccessivi trenta minuti per telefonare a una persona cara. Può trascorrere un’intera giornata a rispondere a notifiche inutili, ma trova insopportabile fermarsi ad ascoltare qualcuno che ha davvero bisogno di parlare. È un’evoluzione interessante, se non fosse che assomiglia più a una regressione.Si vive come se il tempo fosse una carta fedeltà del supermercato, accumulando punti da spendere più avanti, quando tutto sarà finalmente perfetto. Più avanti si uscirà con gli amici. Più avanti si andrà a trovare quella persona. Più avanti si diranno le cose importanti. Più avanti si smetterà di rimandare.Il problema è che il tempo ha una pessima abitudine: ignora completamente l’agenda di chi lo possiede.Non aspetta il momento giusto, non concede proroghe e soprattutto non accetta reclami quando decide che il conto è finito. Mentre qualcuno programma il prossimo mese, la prossima estate o addirittura il prossimo anno, la vita continua a fare quello che ha sempre fatto con una discreta dose di menefreghismo: scorrere.Ed è proprio quando il tempo si porta via qualcuno, oppure cambia tutto senza chiedere il permesso, che improvvisamente ci si accorge di aver speso un patrimonio in cose irrilevanti e di essere stati incredibilmente tirchi con ciò che contava davvero.Perché il vero lusso non è possedere una casa enorme, un’automobile costosa o un armadio pieno di vestiti che finiranno dimenticati dopo tre mesi. Il lusso autentico è avere qualcuno da chiamare senza dover iniziare ogni frase con una spiegazione.Qualcuno che non chieda un curriculum aggiornato del proprio stato emotivo.Qualcuno che non abbia bisogno di ricevere una versione modificata, ripulita e presentabile della realtà.Viviamo nell’epoca dell’immagine, dove tutti sembrano impegnati a costruire la migliore versione possibile di sé stessi, come se la vita fosse una continua selezione del personale. Bisogna essere efficienti, brillanti, positivi, motivati, sicuri, interessanti, equilibrati e possibilmente anche fotogenici. Manca soltanto il certificato di conformità e poi il pacchetto è completo.Peccato che nessun essere umano reale funzioni così.Le persone vere sono stanche. Si contraddicono. Piangono senza motivo apparente, ridono nei momenti sbagliati, sbagliano parole, prendono decisioni discutibili, si arrabbiano, cambiano idea e qualche volta combinano un disastro così clamoroso da chiedersi come abbiano fatto ad arrivare fino a quel punto.Ed è esattamente lì che si misura la qualità di un rapporto.Non quando tutto fila liscio.Non quando la vita profuma di successo.Non quando sorridere è facile.Chiunque può voler bene a una persona quando sta vincendo. È un investimento a basso rischio.Molto più complicato è restare quando l’altro perde completamente il controllo, quando il caos entra nella stanza senza bussare e trasforma ogni certezza in un mucchio di macerie.Lì spariscono gli spettatori.Lì rimangono soltanto le persone.Quelle rare, quasi introvabili, che non cercano una versione impeccabile dell’altro perché hanno capito una verità piuttosto semplice: l’amore, quello autentico in qualunque forma si presenti, non nasce dalla perfezione ma dalla possibilità di mostrare il disordine senza paura di essere scartati.In fondo è curioso osservare quanto tempo venga dedicato a impressionare sconosciuti e quanto poco venga investito in chi conosce già ogni difetto.Si scelgono con attenzione le parole da pubblicare online mentre non si trovano quelle per dire “come stai davvero?” a chi siede dall’altra parte del tavolo.Si cercano conferme da persone che probabilmente verranno dimenticate nel giro di qualche settimana, ignorando chi invece sarebbe disposto a restare anche quando tutto il resto se ne va.Forse perché il valore delle cose disponibili viene quasi sempre sottovalutato.L’ossigeno diventa importante quando manca.La salute quando si perde.Il tempo quando finisce.Le persone quando non ci sono più.L’essere umano possiede un talento eccezionale nel comprendere il valore di qualcosa esattamente nel momento in cui non può più recuperarla.È un meccanismo quasi comico, se non fosse tremendamente tragico.Eppure esiste ancora un piccolo miracolo che continua a sopravvivere nonostante tutto.Esistono ancora persone che rimangono.Non perché siano ingenue.Non perché non vedano i difetti.Non perché abbiano bisogno di sentirsi indispensabili.Restano perché scelgono di farlo.Accettano il disordine, i silenzi, le giornate storte, le paure senza soluzione immediata e persino quelle versioni dell’altro che lui stesso fatica a sopportare.Sono persone rare perché il mercato delle relazioni moderne preferisce il consumo rapido. Se qualcosa si rompe, si cambia. Se diventa complicato, si sostituisce. Se richiede fatica, si passa oltre.Riparare è diventato fuori moda.Rimanere ancora di più.Eppure nessuno costruisce una vita significativa collezionando rapporti usa e getta.Alla fine non sarà il numero delle conoscenze a fare la differenza, ma il numero di persone davanti alle quali ci si potrà permettere il lusso di essere completamente imperfetti.Perché è questo il punto che molti continuano ostinatamente a non capire.La fiducia non nasce quando tutto è ordinato.Nasce quando qualcuno vede il caos e decide comunque di sedersi accanto.Non per aggiustarlo.Non per giudicarlo.Semplicemente per esserci.È una forma di presenza che vale infinitamente più di qualsiasi consiglio brillante.Perché ci sono giornate in cui nessuno ha bisogno di una soluzione.Ha bisogno di sapere che, se dovesse crollare, qualcuno non misurerebbe il valore della sua esistenza dalla capacità di restare in piedi.E allora forse bisognerebbe iniziare a investire diversamente il proprio tempo.Passare meno ore a rincorrere approvazione e dedicarne qualcuna in più alle persone che trasformano il silenzio in un posto sicuro.Telefonare senza un motivo preciso.Sedersi accanto a qualcuno senza guardare continuamente l’orologio.Imparare ad ascoltare senza preparare mentalmente la risposta.Dire ciò che conta prima che diventi un rimpianto.Perché il tempo non fa sconti a nessuno e continua il suo lavoro con una puntualità quasi offensiva, mentre gli esseri umani insistono a comportarsi come se avessero una quantità infinita di domani da spendere.La verità è molto meno rassicurante.Ogni giorno qualcuno vede per l’ultima volta una persona senza sapere che sarà davvero l’ultima volta.Ogni abbraccio potrebbe essere l’ultimo.Ogni telefonata potrebbe esserlo.Ogni risata condivisa potrebbe non avere un seguito.Non è pessimismo.È semplicemente la condizione nella quale tutti vivono, anche se fanno finta di dimenticarlo.Per questo chi ha la fortuna di avere almeno una persona davanti alla quale può smettere di fingere dovrebbe proteggerla con una cura quasi maniacale, perché il mondo è pieno di gente disposta ad applaudire il successo e incredibilmente povero di persone capaci di sedersi accanto al fallimento senza chiedere spiegazioni.Alla fine, quando tutto il rumore si spegne, le ambizioni cambiano forma e le maschere cadono una dopo l’altra, resta una domanda semplice, quasi brutale nella sua sincerità: chi sarà ancora lì quando non ci sarà più nulla da dimostrare?Chi avrà una risposta a quella domanda avrà già vinto la partita più importante della vita, perché il tempo passa per tutti, ma avere qualcuno che sceglie di attraversarlo insieme, amando anche il disordine, il caos e le crepe, rimane uno dei privilegi più rari che un essere umano possa ricevere.
Una risposta a “Il lusso che nessuno compra: avere qualcuno che resta”
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