Essere genitori oggi è molto più di una responsabilità. È una forma di resistenza. Una missione che richiede impegno quotidiano, lucidità emotiva e una presenza costante, anche quando il mondo sembra smentire ogni nostro sforzo.

Ogni giorno cerchiamo di insegnare ai nostri figli come stare al mondo, come relazionarsi con rispetto, come costruirsi un’identità sana in mezzo al rumore assordante dei social, dei media, delle pressioni esterne. Ma quanto possiamo davvero proteggerli da ciò che li circonda?

Oggi ho letto un articolo che mi ha lasciata sconvolta. Un ragazzo, dopo aver aggredito la fidanzata per alcuni contatti maschili sul telefono e averla minacciata con un paio di forbici, è scappato dai parenti. Arrestato, è stato rilasciato dopo appena 24 ore. E cosa fa? Riapre i suoi profili social e pubblica una lista di oggetti da prendere, simile a quella di Turetta, il giovane accusato dell’omicidio della sua ex. Aggiunge una frase agghiacciante: “Sono ancora libero”.

Questa libertà – quella di continuare a comunicare messaggi tossici, quella di idolatrare gesti violenti, quella di trovare una platea pronta ad ascoltare – è ciò che mi fa più paura.

Perché sì, possiamo impegnarci ogni giorno a insegnare il bene. Ma cosa succede quando il mondo là fuori propone come “forte” ciò che è solo violento? Quando i nostri figli crescono in una realtà dove il confine tra forza e sopraffazione, tra amore e possesso, tra libertà e impunità, si fa sempre più sottile?

Molti genitori sono convinti che “i propri figli non farebbero mai una cosa del genere”. Perché li hanno educati bene, perché a casa si è sempre insegnato il rispetto, perché sanno dire “per favore” e “grazie”. Ma è davvero sufficiente?

Io non credo. E non lo dico con presunzione, ma con timore. Non basta insegnare la cortesia se non insegniamo la consapevolezza. Non basta correggere i comportamenti se non affrontiamo le emozioni. Non basta dire “non si picchia” se non insegniamo cosa succede dentro quando si è gelosi, frustrati, delusi, impauriti. Dobbiamo aiutare i nostri figli a riconoscere il dolore, a nominarlo, a chiedere aiuto.

Il rischio, altrimenti, è che crescano come bombe a orologeria: perfetti all’apparenza, ma incapaci di gestire la rabbia, l’abbandono, la solitudine. E in un mondo dove modelli come Turetta vengono emulati, idolatrati o semplicemente giustificati, il rischio è altissimo.

Sono una mamma. Ho un figlio maschio. Ogni secondo della mia vita è orientato a crescerlo con cura, con amore, ma anche con lucidità. Voglio insegnargli che la forza non sta nel dominio, ma nella capacità di comprendere l’altro. Che il rispetto non è solo educazione formale, ma presenza reale, ascolto, empatia.

C’è un lavoro invisibile e faticoso che facciamo ogni giorno: tradurre le emozioni, contenere la rabbia, accompagnare nella frustrazione. Spiegare che i “no” ricevuti non sono un attacco, ma un’opportunità di crescita. È un’educazione che non si esaurisce nei gesti quotidiani, ma si costruisce nel profondo, nel modo in cui i nostri figli imparano a guardare il mondo, le donne, gli altri esseri umani.

Eppure, non possiamo farlo da soli. Perché ogni giorno l’ambiente esterno parla anche ai nostri figli. E spesso urla più forte di noi. I media, i social, le narrazioni distorte, la pornografia online, i videogiochi che premiano la violenza, i gruppi su Telegram dove la donna è ancora merce. Tutto questo li forma, li plasma. E se noi non ci siamo, se non li accompagniamo, se non diventiamo adulti consapevoli, allora le nostre parole resteranno deboli.

La vecchia educazione non basta più. Quella fatta di “per bene”, di “saluta gli zii” e “ringrazia la nonna” è stata superata dagli eventi. Non sto dicendo che non sia importante, ma non è sufficiente. Ora serve una nuova alleanza educativa, più profonda. Serve parlare con i nostri figli di sentimenti, di desiderio, di potere, di consenso. Serve dare loro gli strumenti per difendersi, sì, ma anche per non diventare mai carnefici.

Perché non possiamo proteggerli solo dicendo loro “fai attenzione”. Dobbiamo prepararli a essere uomini e donne capaci di non ferire, di non odiare, di non umiliare. Dobbiamo insegnare che un rifiuto non è una sconfitta, che l’amore non è possesso, che la libertà dell’altro è sacra.

E dobbiamo anche pretendere che la società ci supporti. Le istituzioni, la scuola, i media stessi. Che si smetta di dare voce a chi incita alla violenza, che si puniscano davvero certi comportamenti, che non si normalizzino più certe narrazioni. Che un ragazzo come quello di oggi non possa mai più trovare spazio per pubblicare un messaggio simile, perché dovrebbe essere rieducato, curato, responsabilizzato. Non liberato e lasciato davanti a uno smartphone.

Io continuerò a impegnarmi ogni giorno, anche se sono stanca. Anche se a volte mi sento piccola, spaventata, impotente. Perché so che mio figlio merita il meglio. E so che la differenza può farla anche una sola mamma che non molla, che si fa domande, che rifiuta le scorciatoie.

Ma vorrei non essere sola. Vorrei che tutti ci rendessimo conto che il futuro si costruisce adesso, ogni giorno, dentro le case, ma anche fuori. Nella cultura, nelle scelte politiche, nei contenuti che lasciamo circolare. Smettiamo di dire “i ragazzi sono fragili”. No, i ragazzi sono il riflesso del mondo che gli stiamo consegnando.

Facciamo in modo che quel mondo sia più giusto. Più umano. E soprattutto, più sicuro per tutti.


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