C’è una domanda che prima o poi arriva, puntuale come le tasse e molto più fastidiosa: «Come ti vedi tra dieci anni?».

Una domanda apparentemente innocente, di quelle che vengono fatte durante un colloquio di lavoro, davanti a un bicchiere di vino, durante una cena o da qualcuno che ha appena deciso che è arrivato il momento di parlare seriamente della vita. E lì parte il dramma, perché la risposta apparentemente corretta dovrebbe essere qualcosa del tipo: «Tra dieci anni mi vedo realizzato, con una bella carriera, una casa, una famiglia, economicamente indipendente e possibilmente con un cane che corre felice in giardino».

Peccato che nella realtà molte persone, quando sentono quella domanda, stiano ancora cercando di capire dove hanno parcheggiato la macchina.

E allora viene da chiedersi perché mai dovrebbe essere considerato così importante sapere cosa farà una persona tra dieci anni, quando spesso non sa nemmeno cosa farà martedì prossimo.

La società, però, sembra avere una certa passione per i progetti a lungo termine. Bisogna sapere dove si vuole arrivare, bisogna avere obiettivi, bisogna crescere, migliorare, costruire, investire, programmare e possibilmente farlo tutto entro una certa età, perché evidentemente esiste un misterioso calendario universale secondo il quale a trenta bisogna avere una cosa, a quaranta un’altra e a cinquanta bisogna essere finalmente arrivati da qualche parte.

Il problema è che nessuno sembra essersi preso la briga di spiegare dove.

Perché quando si parla di futuro, spesso si parla di un futuro confezionato secondo uno schema abbastanza prevedibile: un buon lavoro, uno stipendio dignitoso, una casa, una relazione stabile, magari dei figli, qualche viaggio e una pensione che naturalmente dovrebbe arrivare proprio quando ancora si ha voglia e capacità di godersela.

In mezzo, possibilmente, qualche corso di crescita personale, una palestra e una quantità imbarazzante di fotografie su Instagram che dimostrino quanto si stia vivendo bene.

Eppure c’è una domanda che raramente viene fatta: «Ma questa vita piace davvero a chi la sta vivendo?».

Perché avere un obiettivo non significa necessariamente avere una direzione, così come avere una direzione non significa necessariamente sapere dove si vuole arrivare.

Una persona può desiderare qualcosa con tutta sé stessa e contemporaneamente non avere la minima idea di come sarà la propria vita tra dieci anni. Può sapere cosa non vuole più, può sapere quali valori vuole proteggere, può sapere quali persone vuole accanto e quali invece preferirebbe vedere soltanto nelle fotografie di gruppo, senza per questo avere già preparato il piano quinquennale della propria esistenza.

E forse è proprio questa la differenza tra una previsione e una visione.

Una previsione dice: «Tra dieci anni vivrà in quella casa, farà quel lavoro e avrà raggiunto quel risultato».

Una visione può semplicemente dire: «Tra dieci anni spera di essere una persona che non si è persa per strada mentre cercava di arrivare da qualche parte».

Che, a pensarci bene, non è affatto poco.

Perché esiste anche l’altro estremo, quello di chi passa la vita a correre verso un obiettivo convinto che la felicità inizi esattamente il giorno dopo averlo raggiunto.

Prima bisogna finire gli studi, poi trovare lavoro, poi fare carriera, poi guadagnare di più, poi comprare casa, poi sistemare casa, poi cambiare macchina, poi andare in vacanza, poi raggiungere quel traguardo e finalmente, forse, vivere.

Il problema è che la vita ha un senso dell’umorismo piuttosto discutibile e mentre una persona è impegnata a prepararsi per il futuro, il presente continua tranquillamente a passare.

Passano le domeniche, i compleanni, le estati, le persone, le conversazioni, le passeggiate improvvisate, le cene finite troppo tardi, i bambini che crescono, gli amici che cambiano città e quei momenti apparentemente insignificanti che un giorno diventano proprio quelli che si vorrebbero rivivere.

E tutto questo mentre qualcuno continua a dire: «Adesso non posso, sto costruendo il mio futuro».

Come se il futuro fosse una casa che si può costruire utilizzando esclusivamente i mattoni del presente, ignorando completamente il fatto che quei mattoni sono anche la vita.

Non significa che bisogna vivere alla giornata senza pensare alle conseguenze, spendendo tutto, mandando tutto al diavolo e aspettando che l’universo provveda. Anche questa è una forma di fuga, solo con un nome più romantico.

Pensare al futuro è importante.

Avere obiettivi è importante.

Risparmiare, progettare, studiare, migliorarsi e cercare una vita più stabile sono cose sane.

Il problema nasce quando il futuro diventa così importante da rendere il presente soltanto un fastidioso periodo di attesa.

E allora forse l’equilibrio non consiste nel dividere la propria vita tra cinquanta per cento presente e cinquanta per cento futuro, come se anche l’esistenza dovesse essere gestita con un foglio Excel.

L’equilibrio potrebbe essere molto più semplice: costruire il futuro senza smettere di abitare il presente.

Una persona può desiderare una casa più grande e contemporaneamente essere felice davanti a una pizza mangiata sul divano.

Può voler cambiare lavoro e continuare ad apprezzare una pausa caffè con un collega.

Può avere ambizioni enormi e concedersi una giornata in cui non fa assolutamente nulla.

Può voler diventare qualcuno senza pensare che oggi non sia già nessuno.

Ed è qui che entra in gioco una delle domande più interessanti: chi corre continuamente verso il proprio obiettivo è davvero insoddisfatto del presente?

Non necessariamente.

Esistono persone che corrono perché stanno scappando da qualcosa e persone che corrono perché stanno andando verso qualcosa.

Da fuori possono sembrare identiche, ma dentro sono completamente diverse.

La prima pensa che sarà felice quando arriverà.

La seconda può essere già felice e voler comunque vedere fin dove può arrivare.

La prima vive il presente come un ostacolo.

La seconda lo utilizza come punto di partenza.

L’ambizione, quindi, non è automaticamente insoddisfazione. Può essere curiosità, desiderio, creatività, voglia di crescere oppure semplicemente la necessità di vedere cosa succede quando si prova davvero a fare qualcosa.

Allo stesso modo, non avere un grande obiettivo non significa essere una persona senza ambizioni.

Ci sono momenti della vita in cui una persona non riesce a immaginarsi tra dieci anni perché ha semplicemente bisogno di capire dove si trova oggi.

E non c’è niente di triste in questo.

A volte è persino più onesto dire «non lo so» piuttosto che inventarsi una risposta brillante per non sembrare persi.

Perché essere persi e fingere di avere una mappa è molto più pericoloso che ammettere di non sapere quale strada prendere.

La società, invece, sembra avere una certa difficoltà ad accettare il «non lo so».

Vuole risposte, progetti, obiettivi, risultati e possibilmente anche una bella frase motivazionale da mettere sotto una fotografia al tramonto.

Ma la vita non è un colloquio di lavoro e nessuno dovrebbe essere costretto a presentare un piano industriale della propria esistenza.

Forse tra dieci anni quella persona avrà cambiato lavoro, città, amicizie, idea sull’amore, priorità, sogni e persino modo di guardare sé stessa.

E va bene così.

L’unica cosa che dovrebbe rimanere abbastanza stabile non è necessariamente l’obiettivo, ma il motivo per cui si continua a camminare.

Perché gli obiettivi cambiano.

I valori, invece, possono restare.

Una persona può non sapere dove vivrà, ma sapere di voler essere libera.

Può non sapere quale lavoro farà, ma sapere di voler avere tempo per le persone che ama.

Può non sapere quanti soldi avrà, ma sapere di non voler passare la vita a inseguirli.

Può non sapere se avrà una famiglia, una casa con giardino o un appartamento minuscolo al quinto piano, ma sapere che non vuole arrivare a sessant’anni guardandosi indietro e chiedendosi dove sia finito tutto quel tempo.

Forse la vera domanda, quindi, non dovrebbe essere «Come ti vedi tra dieci anni?».

Forse sarebbe molto più interessante chiedere: «Che tipo di persona speri di essere tra dieci anni?».

La risposta cambierebbe completamente.

Perché non obbligherebbe nessuno a prevedere la propria vita, ma chiederebbe semplicemente di scegliere una direzione.

E magari una persona potrebbe rispondere che vuole essere più libera, più serena, più coraggiosa, più presente, più coerente con sé stessa.

Potrebbe dire che vuole lavorare tanto senza vivere per lavorare, amare senza perdersi, costruire senza sacrificare tutto, desiderare senza trasformare ogni desiderio in una gara.

Potrebbe persino dire che non vuole diventare una versione migliore di sé stessa secondo i criteri degli altri, ma semplicemente una versione di sé stessa che riesca a riconoscere quando si guarda allo specchio.

Alla fine, forse, il futuro non dovrebbe essere una destinazione da raggiungere il prima possibile.

Dovrebbe essere una direzione verso cui camminare mentre, ogni tanto, ci si ferma.

Per guardare chi si ha accanto.

Per ridere senza motivo.

Per bere un caffè ancora caldo.

Per ascoltare qualcuno senza controllare il telefono.

Per fare una passeggiata senza trasformarla in diecimila passi da registrare.

Per godersi una sera che non produce nulla.

Perché non tutto deve avere uno scopo.

Non tutto deve diventare un ricordo importante, un risultato, un investimento o un contenuto da pubblicare.

Alcune cose possono semplicemente essere vissute.

E forse questa è la parte più difficile da accettare in un mondo che corre continuamente: fermarsi non significa necessariamente rimanere indietro.

A volte significa soltanto accorgersi di essere arrivati esattamente nel posto in cui si è.

E allora, alla domanda «Come ti vedi tra dieci anni?», potrebbe esserci una risposta molto più sincera di qualsiasi progetto perfettamente costruito.

Non sapere esattamente dove sarà.

Non sapere chi avrà accanto.

Non sapere quale lavoro farà.

Non sapere quali sogni saranno rimasti e quali saranno stati sostituiti da altri.

Sapere soltanto che vorrebbe arrivarci senza essersi persa lungo la strada.

Perché alla fine il vero fallimento non è non sapere dove si sarà tra dieci anni.

Il vero fallimento sarebbe arrivarci e scoprire di aver passato gli ultimi dieci anni talmente concentrati sul futuro da non essersi mai accorti di essere vivi.


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