C’era un tempo in cui gli uomini pronunciavano certe frasi con il bicchiere in mano, il gomito appoggiato su tavoli appiccicosi di vino rosso e l’aria di chi aveva capito qualcosa della vita prima degli altri, ed era proprio in quel clima da osteria filosofica che nasceva quella sentenza meravigliosamente arrogante secondo cui “chi non ama il vino, le donne e il canto è solo un matto, non un santo”, frase che oggi qualcuno prova a liquidare come vecchia, sessista o folkloristica, salvo poi ritrovarsi a passare le serate a bere gin tonic senz’anima guardando TikTok in silenzio accanto a persone che definiscono “connessioni profonde” soltanto perché conoscono il loro segno zodiacale.Perché il punto non è il vino. Non sono nemmeno le donne. E il canto, poverino, è probabilmente la parte più sottovalutata della frase, quasi sempre dimenticata da chi la cita con l’eleganza di uno zio ubriaco a Natale che pensa di essere seducente solo perché sa dire “cin cin” in dialetto veneto. Il punto è che quella frase parla del piacere di vivere, e lo fa in modo tremendamente scomodo per l’epoca moderna, perché oggi il piacere deve sempre essere giustificato, controllato, spiegato, reso produttivo, possibilmente trasformato in contenuto da pubblicare online con una caption che sembri profonda ma che in realtà è stata copiata da Pinterest.Il vino rappresentava il lasciarsi andare, che è una cosa che la società contemporanea finge di incoraggiare mentre in realtà controlla ogni respiro delle persone. Tutti vogliono sembrare spontanei, ma con l’inquadratura giusta, la luce giusta e il filtro giusto. Nessuno beve più un bicchiere per il gusto di stare insieme; oggi si ordina un calice da quattordici euro soltanto per fotografarlo vicino a una candela e scrivere “little moments”, come se bastasse una tovaglia beige per riempire il vuoto cosmico di una personalità costruita interamente attorno ai reel motivazionali.Eppure il vino, quello vero, ha sempre avuto qualcosa di scandalosamente umano, perché il vino fa parlare troppo, fa ridere male, fa dire verità che di giorno vengono nascoste sotto strati di educazione e frasi passive aggressive. Il vino è incompatibile con il controllo ossessivo dell’immagine, ed è esattamente per questo che continua a essere simbolico. Non perché ubriacarsi renda intelligenti, anzi, basta entrare in qualsiasi locale il sabato sera per capire che l’alcol spesso trasforma la gente in una collezione ambulante di decisioni sbagliate e messaggi vocali imbarazzanti, ma perché il vino porta con sé l’idea che vivere significhi anche accettare il disordine delle emozioni.Poi arrivano “le donne”, che oggi mandano in cortocircuito qualunque discussione, perché internet ha trasformato ogni frase antica in un processo collettivo dove qualcuno si offenderà sempre, spesso senza nemmeno capire il contesto. Ma quella parte non parlava di possesso, parlava di desiderio, di attrazione, di relazione, di quel caos emotivo che rende le persone vulnerabili e vive allo stesso tempo. Parlava del fatto che innamorarsi, desiderare qualcuno, perdere la testa per una persona, soffrire, aspettare un messaggio, litigare, tornare, lasciarsi e ricaderci ancora è una componente fondamentale dell’esperienza umana, anche se oggi si preferisce fingere il contrario.Oggi tutti vogliono sembrare indipendenti, emotivamente irraggiungibili, superiori ai sentimenti, come se amare qualcuno fosse diventato un difetto di fabbrica invece che una delle poche cose capaci di dare davvero senso alla vita. Ci sono persone che trattano l’affetto come un contratto aziendale, entrano nelle relazioni con il linguaggio delle risorse umane e comunicano i sentimenti come se stessero compilando un ticket di assistenza. “Non sono pronto.” “Ho bisogno dei miei spazi.” “In questo momento devo concentrarmi su me stesso.” Tradotto dal linguaggio contemporaneo significa quasi sempre: “Mi piaci, ma non abbastanza da rinunciare alle attenzioni di altre cinque persone.”Ed è qui che quella frase antica diventa feroce nella sua semplicità, perché suggerisce una cosa che il mondo moderno detesta: chi rifiuta completamente il piacere, il desiderio e l’abbandono emotivo non è automaticamente più evoluto. A volte è solo spaventato. A volte è uno che si è convinto che controllarsi significhi maturità, quando invece spesso significa soltanto avere il terrore di soffrire.E infine arriva il canto, che sembra la parte più innocente della frase e invece è forse la più importante, perché il canto è l’espressione pura dell’essere umani. Nessuno canta per sembrare efficiente. Nessuno canta perché produce risultati. La gente canta perché sente qualcosa che trabocca. Eppure oggi persino la musica è diventata prestazione. Tutti vogliono avere gusto sofisticato, playlist ricercate, artisti sconosciuti da nominare con superiorità morale, come se ascoltare canzoni fosse diventato un concorso intellettuale invece che un’esperienza emotiva.Il canto della frase non è il talento. È la libertà. È stonare senza vergogna. È urlare una canzone in macchina con i finestrini abbassati. È ridere troppo forte. È ballare male. È vivere senza trasformare ogni gesto in una strategia comunicativa. Ed è proprio questo che terrorizza la società contemporanea, perché oggi tutto deve essere monetizzabile, ordinato, performante e possibilmente elegante. Persino la sofferenza deve essere esteticamente gradevole. Le persone non piangono più: fanno storytelling del trauma.Così il risultato è una generazione piena di gente impeccabile e profondamente infelice, individui che bevono senza divertirsi, fanno sesso senza desiderarsi davvero e ascoltano musica senza sentirla, perché tutto è diventato immagine, performance e costruzione del personaggio. Ci sono coppie che sembrano perfette online e poi cenano in silenzio guardando il telefono, persone che parlano di energia spirituale ma trattano chiunque come usa e getta, esseri umani che si definiscono “anime libere” mentre vivono terrorizzati dal giudizio altrui.La verità è che quella vecchia frase da taverna conteneva più onestà psicologica di molti podcast motivazionali moderni pieni di uomini con il microfono nero e la barba curata che spiegano come diventare “la versione migliore di sé”, concetto dietro cui spesso si nasconde semplicemente un individuo incapace di rilassarsi senza sentirsi in colpa.Perché amare il vino, le donne e il canto non significa vivere nell’eccesso continuo, come qualche fenomeno da aperitivo potrebbe pensare mentre cerca di rimorchiare raccontando di essere “troppo vero per questo mondo”. Significa non amputarsi da soli la parte emotiva dell’esistenza. Significa capire che una vita completamente sterilizzata dal rischio, dal piacere e dalla vulnerabilità diventa una lunga sala d’attesa emotiva dove si sopravvive benissimo ma si vive malissimo.Ed è quasi ironico vedere come la società moderna continui a vendere benessere emotivo attraverso formule che eliminano proprio ciò che rende umani. Meditazioni per non sentire troppo. Relazioni senza complicazioni. Divertimento senza conseguenze. Comunicazione senza conflitto. Tutto deve essere leggero, semplice, gestibile. Peccato che le cose davvero memorabili della vita abbiano quasi sempre una componente ingestibile. Gli amori veri complicano. Le notti migliori finiscono tardi. Le persone importanti lasciano ferite. Le risate autentiche fanno perdere il controllo. E persino le canzoni che restano dentro spesso fanno male.Forse è proprio questo il motivo per cui quella frase continua a sopravvivere nei decenni, nonostante sembri uscita da una locanda medievale frequentata da uomini che odoravano di legna e tabacco. Perché sotto la provocazione nasconde una verità tremendamente attuale: chi passa la vita a reprimere tutto ciò che è caotico, passionale, emotivo e profondamente umano rischia di diventare impeccabile fuori e deserto dentro.E a quel punto il problema non è più capire se sia un santo oppure un matto, ma accorgersi che forse ha smesso di vivere molto prima di morire.


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